Archivio: Web 2.0

L'ascesa dei «nuovi» autori

«Nel mondo di carta», scrive Megan Garber sul sito del Nieman Journalism lab, «il successo di un libro dipende largamente da meccanismi che sono indipendenti dagli autori, come il disegno della cover, la distribuzione, il posizionamento negli scaffali delle librerie». Certo, aggiunge, ci sono alcuni passaggi in cui l'autore conta, come le presentazioni o le interviste su giornali e su altri media. Ma si tratta di aspetti collaterali.



Nel mondo digitale, nota la Garber, tutto questo sta cambiando. Lo spunto per parlarne viene da una delle ultime piccole (e continue) innovazioni con cui Amazon sta usando la tecnologia per ridisegnare il modo in cui funziona l'editoria. Con il Kindle ora i lettori, utilizzando @Author, possono fare direttamente domande agli autori di cui stanno leggendo il libro. Si tratta di una novità ancora sperimentale, ma in tempi di cambiamento così rapido si vive di piccoli segnali per provare a intuire la direzione che stiamo prendendo.

 

«Questa nuova opzione», commenta la Garber, «è un altro passo verso la personalizzazione del brand nel mondo del libro. Non a caso Amazon l'ha collegata all'autore e non al libro, al genere o all'editore. L'identità stessa dell'autore, definita, misurata e potenziata dalla sua capacità di creare una community intorno alle sue opere, è oggi un prodotto di per sè». Non a caso, nota nell'articolo, gli autori che stanno partecipando a questa sperimentazione non sono personaggi come Philip Roth. Sono autori di successo che hanno familiarità con Twitter e che, attraverso il loro fascino e il loro talento, hanno coltivato una «devota audience» disposta a seguirli.

 


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Facebook Music al lancio il social network ora suona

Zuckerberg stringe accordi con Spotify e altri fornitori di contenuti musicali in tempo reale, per integrarli nell'esperienza di navigazione del sito. Si potranno condividere canzoni e conoscere le preferenze musicali di altri utenti. L'obiettivo è diventare il crocevia della musica digitale


di TIZIANO TONIUTTI

ROMA - Verso la fine di maggio le prime voci: Facebook è interessato a Spotify, un popolare servizio di streaming musicale attivo in diversi paesi, ma non ancora negli Usa (e nemmeno in Italia). Spotify è in sostanza un enorme archivio sonoro, 13 milioni di brani: basta collegarsi per ascoltare gratuitamente tutto quello che si vuole, con alcuni spot pubblicitari occasionali. E poi naturalmente i brani possono essere acquistati o condivisi sulle reti sociali.



Un servizio molto simile a quello proposto da Apple con Ping, l'estensione social di iTunes. A cui però ovviamente Zuckerberg non può puntare. Qualche giorno più tardi, la strategia di Facebook è più chiara: non c'è solo Spotify nelle mire della grande F, ma anche servizi minori di condivisione sonora come Soundcloud e Turntable. Insomma, l'idea di Zuckerberg è di far ruotare l'industria musicale 2.0 anche nella sua orbita, e non solo in quella di Apple. E l'idea ha un nome: Facebook Music.

 

Facebook Music. Immaginate un lettore musicale innestato dentro l'interfaccia di Facebook, che può suonare la musica che preferite, creando playlist, o segnalare suggerimenti e condivisioni da parte di altri utenti. Questo a grandi linee sarà Facebook Music, controllato da un "cruscotto" specifico nelle preferenze, e un grande pulsante Play/Stop posto tra i comandi principali del sito. Una presenza non invasiva e però riconoscibile per sonorizzare l'esperienza del social network, e rimanere aggiornati sul flusso sonoro della vostra rete di contatti nello stesso modo in cui si viene notificati di altre condivisioni, testi, siti, video, status


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Google, offensiva a suon di musica

Google sbarca nella musica online per fare concorrenza diretta a Amazon e iTunes di Apple.

 

L'annuncio formale è arrivato qui ieri mattina alla Google I/O Conference di San Francisco, il mega-evento per gli sviluppatori software indipendenti. Paul Joyce, product manager di Google Music, ha rivelato che il servizio (per ora in fase sperimentale e disponibile su invito solo negli Usa) sarà un vero music manager, per scaricare, gestire e suonare su qualunque piattaforma dai telefoni ai computer, ma con gli «archive» in remoto.

 

L'offensiva di Google è il simbolo di un'estate che si preannuncia molto calda per i protagonisti di Internet. Un simbolo quanto lo è la decisione di Microsoft di rilevare Skype per 8,5 miliardi di dollari: la più grande acquisizione mai effettuata dal leader del software e la maggiore sull'autostrada elettronica in dieci anni. Una mossa che potrebbe ridurre la distanza tra Microsoft e Google nella pubblicità online.
Ma il fermento non si ferma qui. La prossima grande partita potrebbe giocarsi tra gli investitori. In attesa che si presenti all'appuntamento con la quotazione in Borsa il social network per eccellenza, Facebook, apre le danze il sito di networking per il mondo degli affari, LinkedIn, che prepara il collocamento il 19 maggio. A mettere in chiaro l'interesse per le società Internet e soprattutto per i social network è il valore dell'operazione: la società potrebbe raccogliere più di 250 milioni di dollari, rispetto alle stime di 175 a inizio anno. Le stime della vigilia dicono che il network da 100 milioni di utenti, un sesto di Facebook, potrebbe capitalizzare al Nyse più di 3 miliardi di dollari al debutto.

 


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Google Video cancella i suoi archivi

Ormai surclassato da YouTube, il primo portale video creato da Google chiude definitivamente i battenti. E invita gli utenti a recuperare velocemente i propri video: dal 13 maggio, svaniranno nel nulla.

LUCA CASTELLI

E’ tempo di pulizie di primavera. Anche su Internet, dove Google ha annunciato per il 29 aprile la chiusura definitiva del suo servizio Google Video. Con un’appendice inevitabile: tutti i filmati caricati dagli utenti saranno rimossi. Cancellati. Smaterializzati.

La notizia si attendeva da tempo: fin da quel 6 ottobre 2006 in cui Google firmò un assegno da 1,65 miliardi di dollari per acquisire YouTube, il rampante portale che stava entrando nei cuori degli internauti affamati di condivisione video. Con un simile investimento per un rivale, era chiaro come le prospettive del povero Google Video apparissero ben ridimensionate.

E così fu. Già a maggio del 2009 la casa madre di Mountain View ha iniziato a staccare la spina. Da quel momento sono stati impediti gli upload: nessuno poteva più caricare nuovi filmati e il vecchio sito di hosting diventava solo più un motore di ricerca. Adesso si arriva al capitolo finale. Dal 29 aprile, tutto ciò che è stato caricato su Google Video tra il 25 gennaio 2005 (giorno d’apertura) e il maggio del 2009 non sarà più visibile. In una email spedita a tutti i proprietari di un account, Google ha avvertito che fino al 13 maggio ci sarà ancora tempo per recuperare i video: un’ultima forbice di tempo concessa agli utenti per salvare i propri pargoli dall’oblio. Poi, il nulla.

 


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