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Musica usata online. E’ legale?


di Guido Scorza

 

E’ lecito vendere musica digitale di seconda mano? E’ questa la domanda che rimbalza, in queste ore, dalle colonne dei principali quotidiani americani a quelle del quotidiano francese Le Monde.

All’origine della domanda, questa volta, non c’è la dichiarazione-bufala di Bruce Willis, preoccupato di poter lasciare, in eredità, alle sue figlie il proprio enorme patrimonio di musica in digitale comprata su Itunes ma il giudizio, davanti ad un Giudice di New York, che vede da una parte ReDigi una piccola startup di Boston e dall’altra la Capital Records, un’etichetta discografica, oggi di proprietà del colosso Vivendi.


I fatti sono di una linearità disarmante, specie in relazione alle conseguenze che – per quanto improbabili – potrebbero determinare sul mercato della musica online.

La startup, attraverso un apposito software ed una propria piattaforma, dopo aver verificato che la musica digitale dei propri utenti sia stata legittimamente acquistata e che questi abbiano effettivamente intenzione di liberarsene – e non già di farne, semplicemente, una copia da rivendere – consente di rivendere i file mp3 di seconda mano, percependo una commissione tra il 5 ed il 15% e consentendo ai singoli titolari dei diritti – se iscritti ad un apposito programma – di percepire, a loro volta, delle royalties su ogni vendita.

Tutto regolare, spiegano, alla ReDigi dove ritengono di aver solo trasposto in digitale uno dei tanti mercatini di dischi e cd usati che, da anni, nei week end, vengono organizzati nelle piccole e grandi città.

Non la vede così la Capitol Records secondo la quale, a differenza di quanto previsto per la musica fissata su supporti solidi, nel caso della musica digitale, la rivendita dell’usato dovrebbe considerarsi sempre vietata.

Dal punto di vista giuridico, la pietra dello scandalo, è il principio del c.d. esaurimento del diritto secondo il quale, la prima vendita legittima di una copia di un’opera esaurisce, in relazione alla copia stessa, i diritti d’autore del titolare con la conseguenza che il legittimo acquirente può disporre della copia come preferisce, inclusa la possibilità di rivenderla.

Tale principio, tuttavia, non trova applicazione nel mondo digitale dove accordi internazionali e leggi nazionali prevedono espressamente – anche se in salse diverse – che la prima vendita non esaurisce i diritti del titolare originario con la conseguenza che il legittimo acquirente resta sempre obbligato ad utilizzare l’opera nei limiti della licenza e gli è espressamente preclusa la possibilità di rivenderla.

Alla base del diverso regime giuridico – difficile, obiettivamente, da accettare e comprendere – vi è la difficoltà per l’industria discografica di capire se, un file digitale, venduto come usato, è avvero oggetto di trasferimento dal venditore all’acquirente o, invece, di una semplice duplicazione delle copie, conseguente raddoppio del numero di utenti che fruiscono dell’opera contemporaneamente.

Val la pena dire subito, per evitare ogni equivoco, che – almeno per quanto riguarda il nostro Paese e, più in generale l’Europa – non c’è molto spazio per la fantasia giuridica: attualmente le regole impediscono la vendita di seconda mano di musica acquistata online perché chiariscono che, in questo caso, il principio dell’esaurimento dei diritti non opera.

Che la preoccupazione dell’industria del settore circa la cattiva fede dei suoi utenti debba condurre ad una simile conclusione, naturalmente, è difficile da accettare e, dunque, non ci si può che augurare che, al più presto – anche grazie alla eco di vicende come quella stelle e strisce che arriva da New York – si possa rivedere tale assurdo assetto del mercato.

Frattanto, come Altroconsumo ha di recente richiesto all’Autorità Garante della concorrenza e del mercato di accertare in relazione allo store della Apple, sarebbe auspicabile che i distributori di musica online, almeno, chiariscano ai propri utenti che, se comprano online, la musica diventa un po’ meno loro di quanto non accada se l’acquistano su un cd perché, tra l’altro, non la possono rivendere al mercato delle pulci.

 

[Fonte: Wired.it]